Il racconto della costruzione di una torre umana dei
Castellers Catalani.

Il ritrovo è per le 11 in Piazza dei Miracoli, dove è prevista l'esibizione dei "Castellers", gruppi di persone (le cosiddette "Colles castelleres", composte da uomini, donne, ragazzi e bambini) provenienti dalla Spagna, segnatamente dalla Catalogna, capaci di creare torri umane, esempio mirabile delle tradizioni folcloristiche locali.

La giornata è caldissima, il sole picchia sodo e durante il tragitto che mi separa da Piazza dei Miracoli intuisco subito che sarà dura, almeno dal punto di vista climatico. A passo svelto raggiungo la piazza e trovo il mio compare, Riccardo. Un veloce saluto e subito comincio a preparare le macchine fotografiche: non c'è tempo da perdere, i castellers si stanno già preparando. Schiocco in mano una delle due fotocamere a Riccardone: "Vai, ruzza!" gli faccio trafelato mentre sistemo l'altra. Lui rimane un po' basito, io rompo gli indugi e gli spiego velocemente come funziona: "Pigia vì". Fatto. Lui, più basito di prima, e anche un po' perplesso, rinuncia ad ogni domanda e si allontana con quell'affare al collo cominciando a guardarsi intorno.

Siamo praticamente nel mezzo del gruppo dei castellers; ci possiamo muovere liberamente tra loro, che si stanno preparando puntigliosi. La "divisa" dei castellers è molto semplice e funzionale: un paio di pantaloni (pantalò) di cotone bianchi e una camicia (camisa), anch'essa di cotone, con i colori del gruppo al quale fanno riferimento, con tanto di scudetto (escut) della Colla di appartenenza cucito sul taschino; altro elemento "funzionale" è la fusciacca (faixa), una specie di lunga sciarpa molto alta che, con l'aiuto di un compagno, ogni casteller si avvolge intorno alla vita con la doppia funzione di proteggere la zona lombare e di creare un punto di appoggio stabile per chi gli si dovrà arrampicare addosso. 

Le calzature (calçat): apparte quelli che stanno alla base della torre (pinya), durante la costruzione del castell tutti vanno scalzi per non far male a chi sta sotto e per facilitare le fasi di salita e discesa dal castell. La calzatura tradizionale è l’espardenya, fatta di stoffa con la suola di sparto (espart), pianta delle graminacee da cui il nome.

Il fazzoletto (mocador): rosso vermiglio con puntini bianchi, ha varie funzioni in base alla posizione nel castell di chi lo porta. Nella pinya è portato sui capelli per proteggerli dalle pestate e gli strattoni della gente che sale oppure legato ai polsi per offrire un punto di appoggio alle mani che accompagnano l’appuntellamento del tronc (piani centrali del castell). I castellers del tronc lo portano abitulmente legato dietro la gamba sopra il ginocchio o alla vita sopra la faixa per offrire un punto di supporto alla salita dei castellers dei piani superiori.

Anche i bambini sono felicemente coinvolti, attivandosi scrupolosamente in questa opera di vestizione; i genitori li aiutano a sistemarsi alla perfezione: camicina, mocador, faixa e casco (casc) vengono verificati e sistemati più volte, il risultato finale viene osservato con orgogliosa attenzione.

Nonostante la temperatura torrida, i castellers hanno identificato la zona di costruzione della loro torre in pieno sole, vicino alla nostra Torre Pendente; alcuni di loro sono già molto sudati, ma sembrano non soffrire particolarmente il caldo, probabilmente sono abituati a ben altre situazioni.

Si sente una voce forte, è quella del "Cap de Colla", colui che decide quale torre verrà realizzata e quali membri del gruppo la faranno; chiama i vari componenti e attribuisce loro le posizioni: ognuno di loro avrà un ruolo ben preciso nella composizione della "Pinya", la base sulla quale verrà costruita la torre. Intorno a lui i vari castellers si posizionano nelle zone indicate.

Pochi secondi ancora ei il Cap de Colla si sposta, lasciando campo libero: si comincia.

Cala il silenzio, le mani dei Castellers che dovranno costruire la Pinya si alzano, si avvicinano e cominciano ad intrecciarsi; dita, palmi, polsi, avambracci cominciano a diventare una cosa sola, solida e capace di trasmettere diluito il carico che arriverà dall'alto: si formano le tre guglie.

Nel frattempo i primi tre castellers, quelli che costituiranno il primo livello, salgono sulla pinya; il loro posizionamento è molto accurato; camminano sulle spalle dei compagni che da sotto, a braccia alzate, stanno preparando il loro appoggio. In pochi attimi si sistemano appoggiandosi alle guglie formate dalle braccia dei castellers più interni alla pinya.

Noto un particolare che subito mi incuriosisce; i castellers tengono in bocca gli angoli del colletto della loro camicia: interpreto la cosa come un modo per non dare intralcio a chi dovrà montare sulle loro spalle, ma non sono molto convinto... Nel frattempo, da basso, altri castellers stanno consolidando la pinya dall'esterno, in modo da fare da contrafforte a chi sostiene il primo livello.

Ci siamo, parte la musica, il "Toc de castell", con il ritmo scandito dai tabals (piccoli tamburi) e con il suono delle "gralles", specie di pifferi di legno. Il livello della tensione sale di colpo, da ora in poi tutti i movimenti dovranno essere precisi, decisi, sincronizzati; salgono sulla pinya i castellers del secondo livello, uomini di stazza consistente, adatti per sostenere il carico dei livelli successivi, ma abbastanza agili da potersi arrampicare sui compagni del primo livello. Mentre i tre si abbracciano a formare il telaio di appoggio per il piano successivo, altri tre ragazzi, intorno ai quindici-sedici anni, si stanno già arrampicando dal basso e in poco tempo arrivano in quota: l'agilità con la quale si vanno su li fa sembrare leggerissimi: basta abbassare lo sguardo verso il primo livello per capire che di peso ce n'è eccome: le facce dei castellers del primo livello cominciano a deformarsi producendo un misto di espressioni tra sforzo, tensione e concentrazione. 

Ora non c'è più tempo da perdere: partono i dosos, due bimbi che dovranno formare la sommità della torre, il "pom de dalt": salgono all'unisono, scalano il primo, il secondo, il terzo livello; la musica è incalzante, dal basso le voci dei capi accompagnano l'ascesa dei bambini, la torre comincia ad essere meno stabile, la gente guarda la scena con la testa all'in su e la bocca aperta; arrivano in cima, siamo già ad almeno 7 metri, si alzano in piedi, sulle loro spalle sale a cavalcioni un altro bimbo (l'acotxador), che li accosta con le ginocchia, la sommità è pronta. 

E' i l momento dell'anxaneta, che nel frattempo si è già avvinghiato alla vita di uno dei castellers del primo livello e lo sta già passando; il bimbo avrà sei-sette anni, anche lui in perfetta "uniforme" con in più un bel casco di protezione; si arrampica come un ragnetto sulle gambe, sulle fusciacche, sulle schiene, sulle spalle dei suoi compagni e va su, va su, va su... 

Il bimbo appare sicuro, ma intanto le voci dal basso si fanno ancor più concitate, frementi; la musica è ancora più incalzante, i ragazzi dei livelli intermedi sono una maschera di concentrazione, con lo sguardo fisso davanti a sé, tesissimi, alla ricerca di una stabilità che di secondo in secondo è sempre più difficile da mantenere. 

Più sotto gli energumeni del primo livello mordono i colletti delle loro camicie per sfogare da qualche parte lo sforzo immane che stanno sostenendo: ecco a cosa serviva tenerli in bocca...

Un misto di esaltazione, eccitazione e paura mi avvolge mentre osservo dall'obiettivo la scalata di questo frugoletto che con apparente noncuranza se ne sta andando lassù, a quasi dieci metri di altezza: non riesco a tenere l'inquadratura ferma, cambio continuamente posizione cercandone invano una stabile: sono immerso completamente in quel clima di concitazione, sto tremando come una foglia.

L'anxaneta è quasi in cima, deve scalare l'ultimo piano, si arrampica sulla schiena di una ragazzina che avrà sì e no dieci anni, lei serra ulteriormente la presa delle braccia del compagno di fronte, un piccolo ondeggiamento, lui la supera, è fatta, è arrivato; alza per un attimo il braccio, fa la cosiddetta "aleta" ("aletta" in italiano) per sancire la fine della costruzione della torre, la musica esplode finalmente il suo punto massimo.

Il bimbo passa dalla parte opposta e comincia la discesa; non è finita, la torre può dirsi completata correttamente solo se si smonta senza "rompersi", senza implodere: i bimbi degli ultimi livelli scendono, lievemente come erano montati; dal basso le facce dei primi sono sfigurate dallo sforzo, ma ormai i carichi si stanno alleggerendo, i ragazzi scendono sulla pinya e si lasciano andare tra le braccia dei compagni che li accolgono da basso. La tensione si scioglie, si vedono i primi sorrisi, i castellers si baciano, si abbracciano, si congratulano soddisfatti per aver compiuto l'impresa.

Un applauso liberatorio della gente accoglie questi fenomeni che ringraziano e si ringraziano, si voltano, si fanno fotografare, stravolti e sudatissimi ma felici. 

Eccitatissimo da quel casino, giro tra loro alla ricerca di qualcuno da salutare: ne chiappo uno al volo, gli stringo la mano e gli dico solo "grazie, grazie!", anch'io stravolto e sudatissimo, stanco e col fiatone come se, lassù, ci fossi arrivato anch'io.

Grazie a Riccardo Faraoni per la collaborazione.

Un Casteller indossa la fusciacca

 

Anche i bambini fanno parte della "Colla" 

 

Il "Cap de Colla" stabilisce uomini e posizioni.

 

Si comincia: si formano le guglie.

 

I primi Castellers si sistemano e si appoggiano alle guglie.

 

Il colletto della camicia, valvola di sfogo per lo sforzo da sostenere.

 

Il "Toc de Castell" scandisce l'ascesa dei Castellers.

 

Per i livelli più bassi occorre forza e concentrazione.

 

L'Anxaneta arriva in cima ed alza il braccio: è il culmine della torre.

 

La tensione si scioglie, la soddisfazione e la gioia pervadono tutti i castellers.

 


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